UNA SETTIMANA NON FA PRIMAVERA, MA…

Adattamento da immagine di capri23 da Pexels

DI FABRIZIO BURATTINI

La settimana appena trascorsa ci è sembrata una settimana importante. E’ stata la settimana dell’inizio della primavera, è tornata l’ora legale e le giornate ci sembreranno più lunghe.

Ma soprattutto la settimana si è aperta con lo sciopero della lavoratrici e dei lavoratori di Amazon, stanchi di essere trattati come braccia supine alle istruzioni della macchina aziendale che con la loro fatica fabbrica tantissimi soldi ma che affluiscono tutti nelle tasche del padrone. E’ continuata con la mobilitazione dei precari e degli intermittenti dello spettacolo la cui stabile incertezza lavorativa è diventata con la pandemia permanente disoccupazione. E’ passata attraverso il crollo della montatura imbastita dalla procura di Piacenza contro le operaie e gli operai della logistica, pretestuosamente accusati, denunciati e perfino arrestati per aver lottato e imposto un accordo alla multinazionale Fedex nella difficilissima vertenza attorno all’hub emiliano. Si è ulteriormente accesa con la giornata di venerdì 26, giornata di convergenza dell’iniziativa “No delivery day” dei Riders con lo sciopero nazionale della logistica indetto da ADL e SiCobas, ma che ha visto anche lo sciopero della CUB nel deposito piemontese di Nichelino, e con lo sciopero dei trasporti indetto da Cgil, Cisl e Uil, a cui si è aggiunta anche la proclamazione di ADL e SiCobas.

Il 22 sono stati tantissimi i presidi che hanno raccolto i dipendenti di Amazon in sciopero di fronte ai depositi della multinazionale degli acquisti online sparsi ovunque nel paese. Il 26 i Riders hanno bloccato per un giorno l’algoritmo del cibo a domicilio, hanno manifestato in 30 città dello stivale. Il 27 marzo, più che la “giornata del teatro” voluta dal ministro Franceschini, è stata la giornata della mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori del settore, raccolti in tanti presidi di fronte ad altrettanti teatri nelle varie città.

Tutto ciò non ha ovviamente cambiato il contesto. Non basta una settimana per fare primavera. L’offensiva padronale continua. La Fedex ha risposto alle lotte dei facchini di Piacenza con un’illegittima serrata, al fine di aggirare le stesse concessioni che poche settimane fa era stata costretta a fare al tavolo convocato dalla prefettura della città. Le associazioni datoriali del trasporto merci (compresa la “rossa” LegaCoop) hanno presentato ai sindacati confederali una loro contropiattaforma che punta a cancellare tutte le conquiste di decenni di lotte (meno diritti sindacali, nessuna integrazione malattia, mano libera nei cambi appalto, liberalizzazione dei contratti di staff leasing, riduzione ulteriore del diritto di sciopero, ecc.) nell’ambito del rinnovo del CCNL scaduto da tempo. Si conferma l’orientamento delle piattaforme di food delivery di ignorare le ingiunzioni del giudice per le assunzioni dei riders. Il protrarsi dei lockdown parziali, che pure consentono la totale prosecuzione della produzione manifatturiera nelle aziende di Confindustria, continuerà invece a penalizzare pesantemente le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, con i teatri e i cinema chiusi ormai da un anno.

Però la settimana ha mostrato un potenziale di convergenza sociale e, in fin dei conti, anche politico di settori di lavoratori che fino a ieri non si erano parlati, una possibile convergenza amplificata dagli slogan che hanno attraversato tutte queste iniziative: “Non per noi, ma per tutte e tutti”, “Toccano uno, toccano tutte e tutti”…

E ha mostrato una voglia di “intersindacalità”, di superare con la lotta quelle fittizie divisioni di sigla che spesso tanti dirigenti sindacali coltivano per strapparsi gli uni con gli altri qualche iscritto in più, indebolendo spesso consapevolmente le lotte e esponendo ancor di più lavoratrici e lavoratori all’attacco e alla repressione padronali.

Ha mostrato una capacità di queste mobilitazioni di polarizzare e coinvolgere ampi settori di giovani, compresi tanti studenti in lotta contro la “didattica a distanza”, le scuole chiuse e i problemi irrisolti dell’istruzione pubblica.

Certo, non è la primavera di cui ci sarebbe bisogno. Però può essere una promessa per il futuro.