SALARIO MINIMO, IL TRIONFO DELL’IPOCRISIA

Immagine su licenza CC BY-NC-SA 3.0 IT DEED dal sito del Governo "Il Presidente Meloni incontra i sindacati Palazzo Chigi, 09/11/2022"

DI SERGIO BELLAVITA

Il governo Meloni ha sancito la fine delle speranze di una legislazione rapida sul salario minimo che emancipi, almeno in parte, questo piccolo paese dagli ultimi posti nella classifica europea delle protezioni sociali. D’altronde sono mesi che è stata riesumata sui media  la mai rimpianta Elsa Fornero, artefice del criminale taglio delle pensioni e della prima manomissione all’art.18 a indicare la via del sacrificio perenne…

A sostegno dell’operazione Giorgia Meloni ha pretestuosamente accusato le grandi centrali sindacali di rivendicare il salario minimo ma di aver  firmato e quindi condiviso contratti nazionali con minimi sotto i 5 euro.

Giorgia Meloni ha, purtroppo, drammaticamente ragione, la doppiezza di Cgil Cisl Uil è imbarazzante da anni ed è una delle principali cause della condizione salariale in Italia.

Grandi proclami nelle piazze e pratica sindacale in totale contraddizione con gli obbiettivi dichiarati.

Ovviamente la presidente del consiglio non auspica di certo la ripresa del conflitto sociale in Italia e la crescita dei salari, tuttavia il suo affondo testimonia la fine della liturgia, assai consolidata, della retorica politica nei confronti del palazzo sindacale ben consapevole che il consenso al sindacalismo tutto è ai minimi storici.

Ed è per questa ragioni che la maggioranza di governo ripropone il vecchio e collaudato imbroglio del rafforzamento della contrattazione aziendale.

Un’ipocrisia incredibile perchè mentono sapendo di mentire.

In primo luogo la contrattazione ha da tempo cambiato di segno in questo paese con la legislazione e gli accordi sindacali che consentono di derogare in peggio ai contratti  nazionali ed alle leggi. Viviamo il tempo della cosiddetta “restituzione” ovvero del  processo di desindacalizzazione che, tranne qualche isola felice, sta velocemente erodendo e smantellando grossa parte della contrattazione integrativa aziendale di carattere “acquisitivo” sia per la parte normativa che per quella salariale. Motivo per il quale un’ipotetica estensione e/o rafforzamento della contrattazione di secondo livello non comporta automaticamente un miglioramento della situazione salariale, anzi.

In secondo luogo i lavoratori e le lavoratrici coperti dalla contrattazione aziendale o di secondo livello anche ai tempi d’oro e nelle categorie più forti, non sono stati mai più del 25-30% degli addetti e il dato è in costante calo.

Ciò significa che la maggior parte dei lavoratori non conosce altro che i contratti nazionali e senza un intervento sistemico e generalizzato su tutte le categorie del lavoro i salari non torneranno a crescere.

Qui emerge , ahinoi, la pesante ipocrisia di Cgil Cisl Uil. Probabilmente siamo l’unico paese al mondo ad avere organizzazioni sindacali che in quarant’anni di impoverimento di salari, pensioni, di liberalizzazione della precarietà del lavoro, al punto da conquistare il triste primato dei salari più immobili dei paesi Ocse, non hanno mai, ripeto mai, dichiarato una sconfitta, ma neanche un passo indietro, sempre vincenti e trionfanti.

E’ sufficiente leggere  i comunicati stampa unitari successivi alla firma dei contratti nazionali che con toni trionfalistici annunciano alle lavoratrici ed ai lavoratori la conquista dell’accordo per comprendere la colpevole ipocrisia delle centrali sindacali. Per non parlare dell’incredibile consenso registrato nel voto sugli accordi con percentuali bielorusse.

Così mentre Cgil Cisl Uil inanellano vittorie su vittorie, la condizione del lavoro precipita.

Siamo consapevoli del fatto che non sia molto popolare mediaticamente la posizione di chi, come noi, chiede una rigorosa riflessione autocritica e una ridefinizione complessiva della linea e della prassi del sindacato confederale senza la quale le mobilitazioni sono solo  un’arma spuntata.

Tuttavia senza quel passaggio strategico il sindacalismo confederale sarà sempre più complice ,consapevole o meno, dei processi di peggioramento della condizione del lavoro con il rischio, dopo la perdita di credibilità, di un crollo verticale e non necessariamente a favore del sindacalismo conflittuale.

Un poderoso smottamento sociale verso destra ha portato Giorgia Meloni a palazzo Chigi, e non si è ancora arrestato.