DRAGHI PARLA MA LA STRAGE CONTINUA

Foto di Cristian da Flikr

Nel mese di settembre le lavoratrici e i lavoratori uccisi sul posto di lavoro sono stati 75 (una media di 2 morti e mezzo al giorno), ai quali se ne devono aggiungere almeno altrettanti morti “in itinere”. L’Osservatorio nazionale Morti sul lavoro dal 2008 tiene una puntigliosa e accurata contabilità su questo tragico fenomeno sul quale non sembra scattare nessuno “stato di emergenza”. Dall’inizio del 2021, dunque in 9 mesi, i morti sul luogo di lavoro sono stati 544, morti schiacciati, schiantati al suolo dopo una caduta, decapitati o stritolati da qualche macchinario, asfissiati da un gas, affogati, congelati… A queste cifre occorre aggiungere un imprecisato numero di morti per covid-19 contratto in azienda, oltre che circa 600 vittime della strada uccise mentre si recavano o tornavano dal lavoro.

Le cifre, anche quelle ufficiali, smentiscono ogni lettura sdrammatizzante o rassicurante. Stando ai dati INAIL nel corso dei primi nove mesi di quest’anno si è assistito ad un incremento dell’13,4% degli infortuni mortali sul lavoro rispetto all’anno precedente.

Occorre considerare che coloro che muoiono dopo un certo lasso di tempo dall’incidente accaduto in azienda non vengono conteggiati come morti sul lavoro. Esistono poi i morti per patologie e malattie professionali, anche questi non conteggiati tra gli infortuni. E tutti coloro il cui infortunio mortale non viene denunciato, perché privi di un contratto minimamente regolare. Il conteggio totale fa pensare ad una cifra non inferiore ai 3.000 decessi l’anno.

Draghi in questi ultimi giorni ha più volte richiamato l’attenzione sulla tragica sequela; un paio di giorni fa ha dichiarato che ci vorrebbero “pene più severe e più immediate e collaborazione all’interno dell’azienda e della fabbrica per l’individuazione precoce delle debolezze nel tema della sicurezza sul lavoro”.

Salvo che proprio una settimana fa il presidente del “governo dei migliori” è andato a raccogliere applausi a scena aperta proprio all’assemblea annuale di Confindustria, cioè alla riunione solenne di coloro che dovrebbero essere sanzionati più o meno severamente e immediatamente dalle norme prospettate da Draghi.

D’altra parte l’evocazione di pene più severe cozza con la presenza nella sua maggioranza dei partiti di centrodestra che, quando erano al governo (2008-2011) hanno cancellato ogni conseguenza penale per le infrazioni in termini di sicurezza sul lavoro (originariamente prevista), ma anche del PD, che quando è stato al governo negli anni successivi si è ben guardato dal reintrodurla.

Per comminare in via preventiva e cautelativa gli incidenti e dunque i morti occorrerebbe in primo luogo consentire il controllo sul rispetto o meno delle norme che pure ci sono e che sono riassunte nel testo unico in materia di tutela della salute e della sicurezza (e cioè nel Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81). Ma questo controllo è reso sostanzialmente impossibile a causa del numero irrisorio di ispettori (meno di 5.000 a fronte di 4 milioni e mezzo di aziende da controllare). Senza contare che questi ispettori non sono chiamati a controllare solo il rispetto delle norme sulla sicurezza, ma anche il lavoro nero, il caporalato, l’evasione contributiva, le cooperative spurie, le finte partite Iva, il rispetto dei contratti, delle norme sui tirocini, sull’apprendistato…

Il ritmo con cui le aziende sono sottoposte a controllo ispettivo è scandalosamente basso ed esclusivamente fondato su segnalazioni e denunce, senza nessuna reale programmazione né tanto meno intelligence. Secondo il monitoraggio sui primi tre mesi del 2021 (sono gli ultimi disponibili) vengono controllate 8.000 aziende ogni mese, pari allo 0.18% delle aziende. Nel corso di un anno dunque un’azienda ha una probabilità su 50 di essere sottoposta a ispezione. Eppure, oltre il 60% delle aziende controllate vengono sanzionate per una o più irregolarità riscontrate.

Peraltro, dai controlli vengono il più delle volte “esentate” le grandi e grandissime aziende, in quanto queste in genere sembrano solerti nel rispettare le norme: dispongono del medico competente e di tutto l’apparato della sicurezza, degli organismi di controllo interni. Ma a volte (il caso più clamoroso è quello dei sette morti alla ThyssenKrupp di Torino nel 2007, ma anche la sequela di incidenti mortali all’ex-ILVA di Taranto) anche in aziende di questo calibro, dietro un’apparente regolarità, si celano criminali negligenze).

Dunque un lavoro preventivo che riesca a scongiurare o perlomeno a limitare drasticamente la tragica sequela di morti sarebbe possibile: occorrerebbe solo superare la perdurante mancanza di investimenti pubblici nel settore per per un controllo (e dunque una prevenzione) più efficace.

Per il momento, infatti, a parte i soliti inutili impegni assunti durante l’incontro con CGIL, CISL e UIL (una banca dati, iniziative di formazione, ecc.), il problema di un massiccio rafforzamento degli organismi di controllo viene ancora una volta eluso.

L’attività di controllo deve partire da presupposti blasfemi rispetto all’ideologia dominante profusa a piene mani dal 99% dei mass media e dal 100% della politica mainstream.

In primo luogo occorre partire dall’assunto per il quale gli imprenditori non sono affatto una categoria al di sopra di ogni sospetto. Anzi, occorre affermare che gli imprenditori sono una categoria a rischio. A rischio di trasgredire le norme di sicurezza. Dunque molto propensa a creare le condizioni per gli infortuni e per le morti sul lavoro.

E’ noto a tutti quanto sia largamente diffusa tra gli imprenditori l’idea secondo cui tutta l’attività per la prevenzione e per la sicurezza sul lavoro sia in sostanza un costo da comprimere al massimo, non per ostilità verso i dipendenti, ma per fiducia nella provvidenza, sul fatto che “perché dovrebbe capitare proprio nella mia azienda”, salvo poi scoprire che, sì, capita proprio nella tua azienda e capita perché hai voluto risparmiare sui costi della sicurezza.

Così come cerchi di ridurre in ogni modo il costo diretto del lavoro (salario e contributi). E i sottosalari inducono lavoratrici e lavoratori a fare ore e ore di straordinario per arrivare alla fine del mese, cosa che li fa restare in fabbrica anche quando la soglia di attenzione è oramai sotto i livelli di guardia.

Ma non basta: con la loro continua e martellante lamentazione sulla scarsa produttività, non solo cercano costantemente di accrescere i carichi e i ritmi di lavoro, ma invitano i propri dipendenti a non rispettare protocolli e dispositivi di salvaguardia. E purtroppo, o per ingenuità o per paura, troppi dipendenti, tanto più nelle microimprese, sono propensi a dare ascolto a queste sollecitazioni esplicite o implicite. E’ la stessa pratica del lavoro a cottimo e quella degli incentivi di produttività individuale a indurre non pochi lavoratori a cadere nella miope e pericolosissima tentazione di sbarazzarsi di impaccianti strumenti di protezione che rallentano i ritmi.

Purtroppo anche la giurisprudenza, che ha troppe volte ribadito la legittimità dell’ “obbligo di fedeltà” del dipendente verso l’azienda presso cui lavora (arrivando a confermare il licenziamento di chi aveva denunciato lo scarso rispetto delle norme di sicurezza nell’azienda), spinge le lavoratrici e i lavoratori ad essere “omertosi” verso l’inosservanza delle regole. Per non parlare del fatto che la precarietà del lavoro dilagante, che con la cancellazione dell’art. 18 imposta dal governo Renzi si è estesa anche a chi ha un contratto “stabile”, il clima di ricatto e di paura in azienda è drasticamente aumentato.

A tutto ciò si aggiunge la giungla degli appalti e dei subappalti (aggravata dal “decreto semplificazioni” concesso da Draghi e dal suo governo alla Confindustria), che spesso rende difficile individuare chi sia responsabile del rispetto delle norme, se la stazione appaltante oppure la ditta appaltatrice o subappaltatrice.

Esiste dunque tutto un apparato, culturale (la centralità dell’impresa), legislativo (le leggi sulla precarietà, il Jobs Act, la depenalizzazione delle infrazioni, il codice degli appalti…), giurisprudenziale (l’obbligo di fedeltà aziendale), contrattuale (i sottosalari, la pratica degli straordinari, gli incentivi individuali), sociale (l’insaziabile fame di profitto dei capitalisti), che congiura perché il massacro continui.

Ma tra le responsabilità non va dimenticata quella dei vertici sindacali, che con le loro scelte politiche e contrattuali degli ultimi decenni hanno anche favorito il disperdersi di quella straordinaria e capillare capacità di controllo operaio che negli anni Settanta del secolo scorso esercitavano nelle aziende i consigli di fabbrica e la rete dei delegati di reparto.